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Dalla storia dell’azienda nipponica Sony emerge un quadro che ritrae uno sviluppo aziendale dalle dimensioni eccezionali. Un percorso interessantissimo dal punto di vista economico. Ma i percorsi aziendali, anche quelli di maggior successo, possono racchiudere al loro interno dei momenti bui.


E’ quello che è successo a Sony negli ultimi anni in cui l’azienda si è portata al centro dell’attenzione per una serie di campagne pubblicitarie che hanno, quanto meno, fatto discutere.

Nel 2005, per commemorare i 10 anni del marchio PlayStation, la Sony lancia una campagna pubblicitaria che si avvale dell’immagine di un giovane con in testa una corona di spine, quale richiamo al logo del gioco della Sony, accompagnata dallo slogan: “dieci anni di passione”.

 

adv2 Le reazioni d’indignazione provenienti dal mondo ecclesiastico non si fanno aspettare e dal direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, arrivano le accuse di pubblicità blasfema. La Sony emette subito un comunicato stampa per esternare il proprio rammarico davanti alle reazioni causate dalla pubblicità e dichiara l’immediata cessazione della campagna.

 

Si sono da poco placati gli animi quando ancora una campagna pubblicitaria targata Sony dal nome “White is coming” cade nel 2006 all’interno di un vortice di accuse, questa volta di natura razzista.                                              

L’immagine scelta per l’esordio della PlayStation Portable in versione White Ceramic ritrae una donna bianca vestita di bianco in atteggiamento minaccioso nei confronti di un uomo nero vestito di nero.

Ancora una volta l’azienda farà un passo indietro e ritirerà la campagna, non senza prima aver chiarito che le uniche intenzioni della società erano quelle di trasmettere l’idea del contrasto tra bianco e nero, in prossimità dell’uscita della play station in colore bianco da contrapporre a quella già in commercio di colore nero.

Sembrava che Sony avesse imparato la lezione, ma nel 2009 dal Cile giunge una nuova campagna provocatoria, questa volta, per le sue implicite connotazioni naziste.

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Le immagini (in una si apprezza un giovane che dona il sangue ad un alto ufficiale nazista e nell’altra ancora un giovane che ha appena donato il proprio cuore a Giovanna D’Arco ) e gli slogan “Per chi il gioco ce l’ha nel sangue” e “Per chi nel gioco ci mette il cuore” sollevano di nuovo un coro di voci infuriate, specialmente in Europa. Obiettivo delle campagne pubblicitarie è quello di portare l’attenzione del pubblico verso l’azienda e verso i suoi prodotti, ma nello spingersi così lontani si rischia di superare dei limiti sociali che possono portare ad un danneggiamento dell’immagine aziendale.
 
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